Ci sono montagne dolci, tondeggianti, sinuose e scalarle è un vero piacere ed una gioia dal primo passo fino all’ultimo; ci sono poi montagne rigide, dure, la cui ascesa è impegnativa, sferzate dal vento e dal freddo. E poi c’è lui: l’Everest.

Potete solo immaginare quante picconate ha ricevuto? Più un monte è difficile da scalare, maggiore è il numero degli alpinisti convinti di potercela fare. Reputano incompetenti quelli che hanno fallito prima e non fanno tesoro dei loro errori. Insistono con le metodologie da manuale e inesorabilmente cascano nel burrone trascinando chi sale con loro.

L’Everest non si conquista con la forza, né con la fretta, né con la rabbia. Con l’Everest bisogna usare pazienza, lasciar placare la sua ira, saperlo ascoltare, affezionarsi a lui fino ad amarlo e perciò accettarlo. Non possiamo e non dobbiamo domarlo, siamo noi che dobbiamo adeguarci a lui, ma senza farci piegare o indebolire.

Nove fallimenti in altrettante comunità in cinque anni, oltre a due adozioni fallite fiaccherebbero chiunque, ma non l’Everest. Indomito se ne continua a star lì, sul tetto del mondo, ad aspettare chi sappia prenderlo per il verso giusto. Ferito, ma ancora in grado di resistere e ancor più capace di donare gioia a chi saprà prenderlo nel modo e nel momento propizio.

Chi me lo fa fare di scalare l’Everest? Volete mettere la gioia di riuscire ad arrivare in vetta?

Ma l’Everest è principalmente un bambino e come tale respira, ama, soffre. Poterlo tranquillizzare, potergli dare un futuro, potergli togliere di dosso la nomea di “montagna assassina” è una delle più grandi soddisfazioni che la vita ci possa riservare.

Fatica? Sì, tanta!!!

Dolore? Sì, tanto!!!

Ma anche una gioia immensa che fa dimenticare ogni tribolazione. Perché soffrire? Perché incamminarsi su una strada che porterà dolori e sofferenze? Perché l’Everest aspetta te. Avvolto dalla nebbia, lambito da bufere spaventose che durano mesi ti chiede aiuto. Chiede che tu prenda il peso della sua sofferenza sulle tue spalle e lo aiuti nel suo cammino di redenzione.

Non ci sono bambini impossibili da educare, ci sono però bambini e ragazzi che hanno avuto talmente tante batoste dalla vita da non fidarsi più di nessuno. Noi dobbiamo essere lì.

Ecco la chiave per arrivare al loro cuore: Esserci! Non andare via davanti alle sue urla, non aver timore per le sue reazioni nel brontolarlo, lasciare che si plachi per poi cercare il dialogo, in altre parole amarlo per quello che è. Nello stesso tempo, pian piano, insegnargli le regole di vita e lentamente scalarlo per arrivare al suo cuore.

Il nostro Everest lo abbiamo conquistato e devo dire che la soddisfazione è grande, anche se ogni tanto, con le sue tempeste gelide, cerca di scaraventarti giù da un dirupo con la rabbia che ogni tanto ritorna alla mente, memore delle molte picconate ricevute. Non bisogna mai arrendersi, mai abbassare la guardia, gioire dei piccoli risultati e non lasciarsi abbattere se qualche volta si fa qualche passo indietro.

Ma non è così anche con i propri figli?

Everest è rimasto con noi otto anni, fino a quando, ormai ventunenne, ha preso la sua strada ed il suo posto nel mondo.

L’Affido è …

saper pazientare aspettando il momento giusto

 

Riccardo Ripoli, La montagna dell’affido, quinto sentiero, «L’Everest», pp. 34–35, Amici della Zizzi, 2014.

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